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13 May 2019

I “cittadini mobili” nell’Unione europea sono 17 milioni. Meritiamo una voce.

I “cittadini mobili” nell’Unione europea sono 17 milioni. Meritiamo una voce.

Di Alberto Alemanno - Questo articolo è stato pubblicato in versione originale sul Guardian il 1 maggio 2019.

Noi che viviamo in un paese diverso da quello in cui siamo nati viviamo vite più “europee”. Eppure ci sentiamo privati di un diritto

Se fossimo uno Stato, sarebbe più popoloso dell’Olanda o del Belgio e solo poco più piccolo della Romania. Di conseguenza, avremmo il diritto di votare, a fine maggio, fino a 26 membri del Parlamento europeo. Nella realtà dei fatti, tuttavia, non siamo una nazione e non possiamo avere veri rappresentanti politici.

Chi siamo? Siamo i 17 milioni di cittadini europei che vivono in uno stato membro dell’Unione diverso da quello in cui sono nati (inclusi i 3.7 milioni che vivono nel Regno Unito). Negli ultimi dieci anni siamo raddoppiati e oggi rappresentiamo il 4% della popolazione europea in età da lavoro. Può sembrare poca cosa se ci confrontiamo con gli Stati Uniti, dove il 41% dei cittadini vive in uno stato diverso da quello di nascita - ma nella storia del nostro continente è un numero senza precedenti.

Ciò riflette una tendenza crescente, anche se non palese, all’europeizzazione delle nostre società, facilitata dalla precarietà del lavoro e dalle conseguenze della crisi economica. Almeno 2 milioni di cittadini sono pendolari fra due stati, e centinaia di migliaia di lavoratori stagionali viaggiano per il continente in cerca di lavori mal pagati. Complessivamente siamo 20 milioni di europei sparsi per il continente.

Questa dispersione geografica, originata da decenni di libera circolazione e confini aperti, fa sì che non contiamo del tutto. Molti di noi non si prendono la briga di registrarsi quando cambiano residenza, e spesso vivono in un limbo amministrativo fra diversi paesi.

Questa Europa in via di definizione è intrinsecamente cavillosa e complessa.

Gli esempi vanno dall’autista di Uber rumeno che lavora in Belgio con una patente spagnola, al medico greco con una laurea conseguita in Italia che vive in Germania, all’agricoltore stagionale bulgaro che lavora nel Regno Unito e ha sposato una moldava.

L’immaginario collettivo ci dipinge come un’élite europea, una felice minoranza che viaggia attraverso il continente per migliorarsi, magari dopo avere fatto l’Erasmus. È quell’idea che ha spinto Theresa May a dire che i 3,7 milioni di europei che vivono nel Regno Unito saltano le code. Invece, i dati reali dicono altro.

Noi - i 17 milioni di “cittadini mobili europei” - proveniamo da tutti e 28 gli Stati membri, e i rumeni che emigrano sono più dei tedeschi. Inoltre, in media lavoriamo di più di coloro che lavorano nel paese in cui sono nati.

È vero che tendenzialmente fra di noi ci sono un po’ più laureati che fra quelli che non hanno lasciato il paese d’origine, ma questo dato varia significativamente da Paese a Paese: dal 62.5% dei francesi al 16.1% dei portoghesi che vivono all’estero. Eppure ciò è vero anche per coloro che non hanno un titolo di istruzione superiore: i lavoratori meno qualificati hanno la stessa probabilità di risiedere all’estero dei laureati, e rappresentano il 21.9% del totale della popolazione europea, ma ben il 24.1% dei cittadini mobili europei.

Di media, noi cittadini mobili troviamo lavoro più facilmente in un paese europeo diverso da quello in cui siamo nati, indipendentemente dalle qualifiche che abbiamo. Questo dato aumenta per le lavoratrici donne.

Per riassumere, siamo molto più eterogenei di come ci descrivono. Anche se non siamo una comunità solida e consapevole, contribuiamo enormemente al progresso economico e sociale sia delle regioni in cui viviamo sia di quelle da cui veniamo. Eppure, siamo privati del diritto alla rappresentanza politica nel paese di residenza, con un’eccezione: possiamo votare alle elezioni locali.

Ovviamente tutti possiamo votare alle elezioni europee, sia nel paese di residenza sia in quello d’origine - ma quasi nessuno lo fa. Secondo un report dello European Data Journalism Network, solo l’8% di noi si è registrato per votare nel paese di residenza. E ancora meno tornano a casa per votare.

Ciò rivela una scomoda verità. Quei cittadini che vivono una vita europea per eccellenza sono anche i meno rappresentati in Europa. Le ragioni sono molteplici.

In primo luogo, per esercitare il nostro diritto al voto dobbiamo registrarci, ma ci viene dato poco tempo per farlo. Per un italiano come me residente in Spagna, è già tardi per votare alle elezioni europee. Il tempo mi impedisce di votare a Bilbao, dove vivo, a Torino, da dove vengo, o a Parigi, dove lavoro.

Le autorità nazionali sono spesso negligenti nell’informarci sui nostri diritti e garantirci la possibilità di esercitarli (non da ultimo il Regno Unito, in cui molti cittadini mobili europei hanno riportato difficoltà nel reperimento di informazioni su come votare alle europee).

In secondo luogo, ci scontriamo con un deficit di rappresentanza. Nonostante il dibattito pan-europeo, le elezioni al Parlamento europeo tendono ad essere un collage di competizioni elettorali nazionali in cui i partiti nazionali si confrontano fra loro su questioni nazionali. Dunque quanto rappresentativo può essere per noi un candidato locale - che non hai mai vissuto in modo mobile come noi -?

Dovunque io possa votare, che sia nei Paesi baschi o nel nord Italia, le possibilità che le mie esigenze vengano considerate dai candidati sono scarse. L’affluenza alle urne bassissima dimostra che i cittadini mobili europei sono effettivamente poco coinvolti.

Ciò potrebbe cambiare se emergessero delle forze pan-europee. I movimenti con delle proposte politiche pan-europee ci potrebbero dare una voce e una rappresentanza. Ma nel frattempo, siamo praticamente messi all’angolo. Che paradosso:coloro che effettivamente fanno l’Europa, dal basso e insieme alle loro famiglie, non possono influenzarne il futuro politico.

Alberto Alemanno è un professore italiano che vive a Bilbao, in Spagna, e lavora a Parigi.